Con iOS 14.5, uscito a fine aprile, Apple ha attivato l’App Tracking Transparency. Ogni app che vuole seguirti tra app e siti di altre aziende deve chiedertelo con un messaggio esplicito, e le prime stime dicono che la maggioranza degli utenti risponde di no.
Se fai pubblicità su Facebook, l’effetto lo vedi nei report. La piattaforma usa l’identificativo pubblicitario del dispositivo e i dati del pixel per collegare chi ha visto un annuncio a chi poi ha comprato sul tuo sito. Senza consenso il collegamento salta: le conversioni risultano meno di quelle reali e arrivano in ritardo, il pubblico di chi ha visitato il sito da iPhone si restringe, e l’algoritmo riceve meno segnali per capire a chi mostrare gli annunci.
Facebook ha risposto con la misurazione aggregata degli eventi. Per continuare a ottimizzare devi verificare il dominio in Business Manager e scegliere al massimo otto eventi di conversione per dominio, messi in ordine di priorità: se un utente che ha negato il consenso ne compie più di uno, viene contato solo quello più in alto. Anche le finestre di attribuzione si accorciano, e quella di 28 giorni dopo il clic non è più disponibile.
Lavorare con dati incompleti
Il primo passo è recuperare quello che si può. L’API Conversioni invia gli eventi direttamente dal tuo server, anche tramite plugin, e restituisce una parte delle informazioni perse dal pixel. Il secondo è smettere di fidarti solo del numero che ti mostra la piattaforma: confronta le vendite totali con la spesa pubblicitaria nello stesso periodo, e rivedi di conseguenza gli obiettivi di costo per acquisizione.
Nel lungo periodo contano i dati che raccogli tu, con il permesso di chi te li dà: iscritti alla newsletter, account clienti, programmi fedeltà. E conta di più la creatività, perché con meno profilazione un annuncio chiaro e pertinente deve fare da solo parte del lavoro che prima faceva il targeting.
Quando apri il prossimo report e vedi un calo, chiediti prima se sono calate le vendite o solo la capacità di contarle.



